domenica 29 luglio 2012

EE. UU. no dialogará con Cuba, señala especialista

Ningún candidato a la presidencia de Estados Unidos aceptará entablar un diálogo con Cuba como lo propusiera el presidente Raúl Castro, consideró la especialista en temas cubano estadounidenses, Gloria La Riva. Estados Unidos, dijo, ve amenazados sus intereses en todo el continente por la Independencia de Cuba. teleSUR
http://multimedia.telesurtv.net


mercoledì 25 luglio 2012

Crisi, è boom del baratto. Si scambia di tutto: dall’auto alla fede nuziale


di Rosalba Carbutti

Il bello dell’Italia è che, nelle difficoltà, sa rialzare la testa. In una parola: sa arrangiarsi. E non è mica facile, considerando che si vive in un Paese dove la crisi è stata addirittura paragonata alla guerra (Confindustria docet, non l’uomo della strada, giusto per dire).

Ciò detto, gli italiani non si perdono d’animo. Ed eccoli lì, con le tasche vuote, ad arrabattarsi. Come?Ripristinando il ‘vecchio’ baratto e adattandolo al ‘nuovo’ web. Mica una brutta idea. E, soprattutto, mica un fenomeno da poco. Giusto qualche cifra per rendere l’idea: oltre un milione di persone all’anno barattano con un ‘giro’ di 100mila prodotti scambiati al mese.

BARATTO, TREND IN CRESCITA – Ma non solo i privati s’ingegnano. Lo fanno anche le imprese che per affrontare il periodo nero hanno pensato bene di offire macchinari in cambio di manodopera: 2000 imprese di 160 settori, mica una bazzecola. Tant’è che gli esperti già iniziano ad analizzare il trend in crescita: “Si va verso un’economia di autoconsumo”. Economia che non risparmia nessun settore, dalla moda ai generi di prima necessità.

Negli ultimi mesi – dice Paolo Severi, responsabile del sito ‘zero relativo’ – c’è stato un forte incremento negli scambi, soprattutto per i prodotti di prima necessità. Le persone offrono generi alimentari e vestiti per ricevere altri oggetti di uso quotidiano. Si scambiano di tutto, dalle susine del proprio albero ai porta cd. Gli iscritti alla piattaforma sono 30mila, gli accessi al mese 200mila. La fascia d’età – spiega Severi – va dai 30 ai 50 anni e si estende a tutte le zone d’Italia, con una concentrazione maggiore nelle grandi città’.

La gamma dei prodotti in ‘vetrina’ varia a 360 gradi. Dal fucile della seconda guerra mondiale del nonno alle mele del proprio orto, dall’auto alla fede nuziale. Sì avete capito bene, anche quella va a finire online, pronta ad essere scambiata.

La crisi è come la guerra, diceva Squinzi di Confindustria. Ergo, appunto, ci si arrabatta. E quindi, eccoci qui, noi italici squattinati, alle prese con ogni tipo di scambio possibile. Non si riescono a pagare le due ore della babysitter? E allora si offrono in cambio due ore gratuite di lezioni di piano. Non si hanno i soldi per regalare alla fidanzata una bella borsa? Si vendono gli occhiali da sole. Così, tanto per dire.

CHI SONO I ‘BARATTATORI’ – Ma chi sono questi barattatori? Donne, per l’80 per cento. E in maggioranza giovani. ‘Oggi – spiega Luisa Leonini, docente di sociologia dei consumi dell’Università degli studi di Milano – le famiglie devono selezionare delle priorità che non riguardano solo gli oggetti. Esiste inoltre la cosiddetta ‘banca del tempo’ dove si scambiano, al posto degli oggetti, le proprie competenze’.

Da inizio anno sono state quasi 600mila le merci offerte. Il ”barter”, chi baratta sul web, ha a disposizione una molteplicità di siti dedicati allo ‘swapping’, cioè allo scambio. Oltre quelli dedicati alle famiglie crescono sempre più portali specifici per le imprese, in particolare quelle medio-piccole.

E c’è anche chi s’inventa una nuova moneta. Nel sito Weexchange si baratta con gli Weuro, cioè dei crediti. Se si vendono sedie che sul mercato costano 20 euro, nel network saranno a disposizione per un controvalore di 20 Weuro. Se si hanno debiti di 40 Weuro ad esempio, si dovranno mettere a disposizione oggetti per lo stesso controvalore in moneta. Per entrare in questo circuito è necessario avere una partita Iva e pagare una quota associativa annuale e una commissione per ogni transazione.

E per le aziende? Il primo network italiano che mette in contatto le imprese è la BexB, società bresciana che ha all’attivo decine di migliaia di operazioni, circa 25 al giorno. Il circuito si compone di oltre 2.500 piccole imprese che copre circa 160 settori merceologici. BexB ha una quota associativa che varia in base alla classe di fatturato dell’azienda, da 500 a 4mila euro; le provvigioni trattenute vanno dal 2% al 50%.

Le transazioni fatte in rete non riguardano soltanto lo scambio di merci ma anche il tempo che si può dedicare in forma di controvalore, in base alle proprie competenze. Si pagano ad esempio le lezioni di latino offrendo in cambio collaborazione domestica. Ma il web non è l’unico mezzo a trascinare il fenomeno del baratto. Nel novembre dell’anno scorso è stata istituzionalizzata in Italia la ”prima settimana del baratto” dei bed&breakfast. Hanno aderito 300 strutture che hanno scambiato pernottamenti con latinteggiatura di una stanza, di un servizio fotografico o di una cena preparata dai clienti stessi. Insomma, si fa quel che si può.

Il motivo è semplice: C-R-I-S-I. Basta leggere i dati di una recente ricerca elaborata da Intesa San Paolo e dal Centro Luigi Einaudi. Il 12,5%, ovvero un intervistato su otto, dichiara che il proprio reddito è del tutto insufficiente al mantenimento del tenore di vita. Ergo, si naviga e si cerca l’occasione. O, semplicemente, ciò che ci serve senza dover sganciare un euro, ma cedendo qualcosa di nostro. Che non si usa più o di cui vogliamo liberarci. E’ triste? No, è furbo.

E, soprattutto, a sorpresa, sta anche diventando un trend. Sì. Scambiare è cool. L’hanno decretato le fashion victims che non si perdono uno ‘swap party’, eventi dove si scambiano vestiti, scarpe e borse griffate. Basta poco. E anche la necessità diventa moda.

Fonte

lunedì 23 luglio 2012

RAGAZZI, LA GUERRA NON E' UN VIDEOGIOCO!

Il motivo per cui Adam Kadmon invita al Buon Senso e all'Altruismo.

Ci sono persone che non sanno quello che succede davvero in una guerra. Pensano che è quella che vedono in televisione e nei videogiochi. Loro non sanno che esistono soldati che uccidono a sangue freddo e disumanizzano il nemico per non sentirsi in colpa.
Per queste persone, che non sanno cosa è la guerra, abbiamo caricato questo video.
Guardandolo ci auguriamo che capiscono quanto è importante divulgare messaggi di pace e altruismo in questi tempi difficilissimi.


domenica 22 luglio 2012

Il Monti-pensiero shock (intervista del 22.2.2011)

Mario Monti, attuale Premier italiano, Presidente dell'Universita' Bocconi e International Advisor Goldman Sachs, il 22 febbraio 2011 esprimeva così il suo pensiero alla LUISS, la Libera Università Internazionale degli Studi Sociali, illustrando come, secondo lui, "sono cambiati e come dovrebbero cambiare i comportamenti degli agenti economici e quale assetto di norme e istituzioni è necessario per non ripetere vecchi errori, alla luce dell'esperienza maturata durante la recente crisi", bla, bla, bla...

Ma è sul tema della sovranità del popolo italiano all'interno della Comunità Europea, che le parole di Monti si fanno a dir poco deliranti, esprimendo chiaramente una visione da "elite massonica", quella che, di fatto, sta governando il mondo. Se il buongiorno si vede dal mattino...con Monti andiamo dritti dritti verso il Nuovo Ordine Mondiale, con: cancellazione progressiva (ma poi neanche tanto) di libertà, democrazia e diritti; un sistema molto più simile ad una Tecnocrazia Oligarchica Assoluta, ovvero un potere mondiale in tutto e per tutto in mano ad una ristretta cerchia di banchieri, lobbisti e burocrati.

L'immagine che mi viene in mente è quella di una tavola rotonda di privilegiati / illuminati che risiedono all'interno di una torre inespugnabile e che da lì tirano le fila dei destini di tutti noi, ridotti a povere marionette impaurite. Altro che cittadini europei! Ci vogliono schiavi obbedienti o da ridurre all'obbedienza e all'ordine!

Dove finirà quella libertà politico-espressiva che per tanti secoli ha reso la vita degna d'essere vissuta in questo paese, quel substrato socio-culturale autodeterministico che ha alimentato e inorgoglito tanta genialità italica, da Leonardo Da Vinci a Guglielmo Marconi, da Michelangelo a Luchino Visconti?

Spero tanto di sbagliarmi, ma se non ci fosse Internet come strumento di conoscenza e democrazia, saremmo già tutti assuefatti e asserviti all'Ordine Mondiale, manipolati come siamo, ogni giorno, dal "Grande Fratello" della paura, della povertà e dell'ignoranza.

venerdì 20 luglio 2012

Perchè non passiamo alla doppia moneta, Lira/Euro?


Nei paesi europei a rischio default, quali Italia, Grecia, Spagna, Irtanda e Portogallo, perchè non passare alla doppia moneta? In Italia si potrebbe usare l'Euro per tutte le transazioni con l'estero e la Lira per il mercato interno...come si fa da tempo a Cuba con i CUC e i CUP...

A Cuba i CUP valgono 1/24 di CUC. I CUP sono anche conosciuti come Moneda Nacional. Mentre i CUC sono usati solo dai turisti e il loro tasso di cambio è paragonabile ad una moneta forte, i CUP sono usati dalla popolazione residente e possono comprare solo alcuni beni, come gli acquisti ai mercati ortofrutticoli o presso i venditori di strada. Alcuni posti non cambiano valuta straniera direttamente in CUP. Pertanto, la moneta straniera viene cambiata in CUC, e quindi da CUC a CUP. Così c'è un doppio conteggio di commissioni.

Con un simile sistema in Italia, i turisti arrivando da paesi extra UE, sarebbero obbligati a convertire la propria moneta in Euro, pagando una commissione, ad esempio, del 5 o 10%. Ma poi, per pagare o acquistare la maggioranza dei prodotti tipici italiani sul mercato interno, dovrebbero cambiare nuovamente gli Euro in Lire. Sai che guadagni in conto commissioni per le banche (nazionalizzate ovviamente) e per le casse dello Stato!

I salari sarebbero pagati in Lire. La nostra economia, a partire dal settore turistico, ricomincerebbe a girare. Si creerebbero nuovi posti di lavoro nei settori dell'economia verde (ad esempio assumendo disoccupati a pulire le spiagge), della cura del territorio, dell'agricoltura, dei servizi.. Si potrebbe applicare, come a Cuba, una tassa d'uscita dallo Stato di 25 Euro. Inoltre il flusso del denaro da e per l'estero sarebbe controllato: ad esempio, i turisti avrebbero il permesso di importare o esportare un massimo di 100.000 Lire o 200 Euro, per evitare fughe di capitali all'estero o un'eccessivo afflusso monetario esogeno che causerebbe inflazione interna.

Ovviamente, in questo caso, il debito pubblico italiano dovrà essere rinegoziato, sennò ci potrebbe strozzare. L'alternativa default dello Stato italiano, col conseguente azzeramento comunque del debito, non sarebbe auspicabile per il resto dell'Europa. Infatti, sono in gran parte le banche francesi e tedesche a detenere il grosso del nostro debito, e un nostro fallimento tout court non gli converrebbe. A meno di non dichiararci guerra per prendersi le nostre riserve auree!

Abbasso il capitalismo! Riprendiamo in mano le nostre vite, torniamo alle cose semplici, a guardarci in faccia e a sorridere. Sovranità nazionale, autodeterminazione dei popoli, resistenza, lotta, verità, vittoria!

giovedì 19 luglio 2012

Shock alla radio francese (RMC): un siriano racconta la verità sulla Siria

Durante la famosa trasmissione del mattino condotta da Jean Jaques Bourdin (Bourdin & co.) si parla di Siria. Un esponente dell'opposizione sarebbe dovuta essere ospite in trasmissione ma vista la sua indisponibilità all'ultimo minuto viene invitato Stephane ... ma non tutto va come previsto.



Il vero e il finto socialismo - Hugo Chavez VS François Hollande

Intervista telefonica al Presidente Hugo Chavez riguardo al risultato elettorale in Francia.



Informarsi è già resistere. Unisciti alla resistenza:

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La Havana - Cuba
07-05-2012

Siria: non dimentichiamo quel che è successo in Libia!

HANNO COSTRUITO UN SET DELLA PIAZZA VERDE DI TRIPOLI (LA COSTRUZIONE DELLA NOTIZIA)

UNA CITTADINA ITALIANA CHE E' ANDATA IN LIBIA CI RACCONTA COSA HA VISTO.
http://www.albamediterranea.org



FALSIFICAZIONE STORICA E FICTION DELLA REALTA' (OLTRE LA MANIPOLAZIONE)

NIENTE E' MAI COME SEMBRA.



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"LE BUGIE SULLA LIBIA"

ENRICO GIARDINI per ALBAMEDITERRANEA.

El poder somos todos - Profesor Manuel Monereo

18 julio, 2012

“La peor burbuja en España es la burbuja mental. La sociedad está paralizada, en un doble estado de shock”. Con motivo de la celebración de la Academia de Pensamiento Crítico en Valencia, Manuel Monereo reflexiona sobre el estado actual de las cosas y el camino hacia un cambio verdadero. Manuel Monereo es analista político, abogado laboralista, investigador del Centro de Estudios Políticos y Sociales, y ex-diputado de I.U. Colabora con AttacTV para que podamos seguir produciendo contenidos.

giovedì 12 luglio 2012

LA PLUTOCRAZIA


Definizione di "plutocrazia" (da Wikipedia): "La plutocrazia (dal greco πλουτοκρατία, "πλούτος", ricchezza, e κρατείν "krateìn" potere) è il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie all'ampia disponibilità di capitali, sono in grado d'influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi."

Il ritorno della plutocrazia
di Enrico Melchionda

Ormai sono in pochi a negare che i regimi democratici stiano attraversando una crisi senza precedenti, o siano quanto meno esposti a sfide assai ardue da superare. Naturalmente, si tratta di sfide e problemi ben diversi da quelli che nella prima metà del Novecento condussero, in determinati paesi, alla tragedia dei fascismi. Questa volta la malattia è diversa, ma non meno grave. Anzi, per certi versi essa appare ancora più insidiosa, se non altro perché si presenta ovunque, fin dentro il cuore di quelli che siamo abituati a considerare i baluardi del mondo sviluppato e della cultura liberaldemocratica, gli stessi che seppero fronteggiare sia la sfida della democratizzazione rivolta ai regimi liberali "monoclasse", e resistere così alla reazione fascista, sia la sfida comunista, a cui risposero con la dichiarazione della guerra fredda e con l’istituzione dei moderni sistemi di welfare state.

Oggi le sfide con cui si devono confrontare le liberaldemocrazie sono altre: la globalizzazione che svuota le vecchie sovranità nazionali e rende difficile il controllo delle élite, il multiculturalismo che minaccia le omogeneità identitarie delle popolazioni, le comunicazioni di massa che stravolgono la partecipazione e l’informazione politica dei cittadini, il fondamentalismo e il terrorismo internazionale che rovesciano sulle comunità politiche occidentali e sui loro equilibri istituzionali tutta la rabbia e la disperazione accumulata dai popoli dominati. Sfide che si presentano, inoltre, in un contesto in cui non c’è più l’antagonista sovietico a fare da contraltare e da stimolo per gli stati capitalistici sviluppati, favorendo una qualche armonizzazione degli interessi in campo internazionale come all’interno delle singole società nazionali.

Tra le varie modalità con cui queste sfide si presentano politicamente, ve ne sono alcune che destano particolare preoccupazione. L’attenzione degli studiosi si è per lo più rivolta, negli ultimi anni, ai fenomeni del populismo, o del direttismo, e dell’antipolitica, che convergono nel minare gli aspetti rappresentativi e liberali dei regimi democratici. Ritornano qui le tematiche evocate a suo tempo da Tocqueville e dai padri del liberalismo, quando parlavano del rischio della “tirannia della maggioranza” e della necessità di limitarne il potere. Una chiave di lettura che viene riproposta oggi, alla luce delle nuove tendenze plebiscitarie e delle manipolazioni dell’opinione pubblica favorite dalla crisi delle strutture di rappresentanza e dall’amplificazione del potere mediatico, e che coglie indubbiamente processi reali. Ma c’è un’altra chiave di lettura che comincia a farsi strada e che, pur non essendo in contrasto con quella dominante, delinea una spiegazione diversa, quanto ad approccio e implicazioni, della crisi della democrazia. Mi riferisco alla problematica della plutocrazia.

Il concetto di plutocrazia ha una storia che andrebbe ripercorsa attentamente, perché mai come in questo caso si metterebbe in luce il legame di continuità che può esistere tra parole, nozioni e realtà. Non è questa la sede per farlo, ma può essere utile richiamarne almeno qualche passaggio.  Cominciando dall’origine del concetto, che di solito si fa risalire – come per i più importanti concetti politici – all’antichità, forse a causa della sua etimologia inequivocabile (dal greco ploutokratía, composto di plôutos "ricchezza" e -kratía "potere"), ma che in realtà fu usato assai raramente in quell’epoca e comunque mai in maniera sistematica e teoricamente perspicua. Infatti il termine si è diffuso solo in epoca moderna, e in ambito anglosassone, trovando una naturale collocazione negli Stati Uniti dal XIX secolo in poi. Furono i movimenti populista e progressista di fine Ottocento, in particolare, ad adottare con insistenza e a diffondere ampiamente la critica della plutocrazia, che ritenevano dominasse la scena politica americana attraverso una forte collusione tra politici di partito e uomini d’affari. Una critica che, pur ottenendo scarsi risultati pratici, se non quelli di una certa moralizzazione e di un drastico (e definitivo) indebolimento dei partiti, sedimentò tuttavia un sentimento durevole, anche se quasi sempre marginale, e soprattutto una ben definita immagine della politica americana che ha resistito sino ad oggi.

E’ dagli Stati Uniti che il concetto di plutocrazia arrivò, per una breve e incerta vita, nel continente europeo. Esso, ostacolato dal radicamento delle teorie marxiste, che davano conto a loro modo del fondamento economico del potere politico, ebbe in Europa minore fortuna. Solo nei primi decenni del Novecento andò diffondendosi, per merito degli studiosi élitisti e realisti (ivi compresi Weber e Gramsci), specialmente ad opera dell’ultimo Pareto, secondo il quale “Il reggimento dei popoli occidentali, che si dice democratico, è in realtà quello di una plutocrazia democratica, che inclina ora alla plutocrazia demagogica” (il passo è del 1920, ma il concetto fu ulteriormente sviluppato nel suo Trasformazione della democrazia). Com’è noto, il termine finì poi per essere incorporato, e in definitiva bruciato, dal fascismo e dal nazismo. Nella loro ideologia, a parte le qualificazioni anti-semite, la plutocrazia era identificata con le liberaldemocrazie, soprattutto con il modello americano, e affiancata al bolscevismo in un dualismo che talora veniva fatto risalire alla stessa matrice “giudaica”, ma che in ogni caso voleva accreditare l’immagine del fascismo come terza via propriamente “europea”.

Non meraviglia, quindi, che dopo la guerra e l’affermazione dell’egemonia americana in Europa la parola stessa diventasse un tabù. Bisognerà aspettare gli effetti dell’ondata di mobilitazione degli anni sessanta per ritrovarne traccia nel discorso politico e politologico. Il tentativo più serio, da questo punto di vista, verrà fatto dal pioniere della nuova scienza politica europea, Maurice Duverger, che nel suo libro più anomalo (Janus, les deux faces de l’Occident, 1972) criticava, da una posizione radicale ma non marxista, i regimi liberaldemocratici, definiti come “plutodemocrazie”. In questo modo, lo studioso francese andava a ricongiungersi con un filone politico-sociologico che già da qualche tempo aveva rimesso in campo un tentativo analogo negli Stati Uniti. Mi riferisco alla scuola cosiddetta neo-élitista, il cui “manifesto” può essere considerato The Power Elite di Wright Mills, ma che si dispiegava in una serie di ricerche diverse (vi possiamo far rientrare anche studiosi come Schattschneider e Lowi), la cui linea comune stava nella critica dell’ideologia pluralista, considerata puramente apologetica, e nella risposta alla domanda Who Rules America?, che dà il titolo a due bei libri di G. William Dohmoff e più o meno esplicitamente è: la plutocrazia.

Negli ultimi anni il concetto di plutocrazia sta vivendo una nuova fioritura, tanto in America quanto in Europa, e sembra che stia perfino acquisendo, del tutto spontaneamente, una maggiore connotazione rispetto al passato. Lo ritroviamo sempre più di frequente sia nel linguaggio politologico che in quello politico e giornalistico. Certo, esso continua ad essere in una certa misura il distintivo delle culture marginali che se ne ritengono storicamente depositarie, cioè dei nostalgici del populismo americano e dell’estrema destra europea, non solo di ascendenza fascista (è il caso del leghismo italiano), che tra l’altro ha cercato di rinverdire il proprio strumentario sostituendo nuovi aggettivi (es: mondialista) a quelli che accompagnavano classicamente il concetto (giudaica, massonica). Ma ultimamente ha fatto il suo ingresso anche nel linguaggio e nella cultura di sinistra, nei partiti e nei movimenti. Oggi negli Stati Uniti i paladini della lotta contro la plutocrazia sono Ralph Nader e vari esponenti del partito democratico. E in Italia, sulla spinta del fenomeno Berlusconi, hanno iniziato a preoccuparsi del problema uomini politici tutt’altro che radicali come Giuliano Amato, mentre storici come Salvadori riscoprono in questo senso gli scritti del sociologo liberale americano William G. Sumner. Comunque la sensibilità verso il tema della plutocrazia sembra aver trovato il suo terreno più fertile nell’ambito dei nuovi movimenti, a cominciare da quelli no global e pacifisti, che si oppongono alla globalizzazione neoliberista e alle sue implicazioni sia in campo politico-sociale che nell’ambito delle relazioni internazionali.

L’immagine della società internazionale che si ricava dai documenti e dai discorsi dei no global è quella un po’ semplificata di un sistema dominato dalle imprese multinazionali: una “corporatocrazia”. La stessa immagine, del resto, viene usata efficacemente per descrivere il cuore di questo sistema, cioè gli Stati Uniti. Non è difficile, in effetti, evidenziare in quale misura quella che si presenta come una democrazia liberale sia stata corrotta dalla politica delle corporation (corporate money politics). Basta pensare al ruolo del denaro nelle campagne elettorali, in cui vincono i candidati che spendono di più (nel 94% dei casi al Congresso), in cui il costo per essere eletti è mediamente di 900 mila dollari per la Camera, di quasi 5 milioni per il Senato e di ben 186 milioni per la presidenza. Basta considerare il trattamento speciale che ottengono dai parlamentari le aziende e i gruppi di interesse in cambio di finanziamenti elettorali. Basta guardare all’attuale amministrazione, voluta fortemente dal big business, eletta a dispetto del voto popolare e composta da persone legate a filo doppio con le grandi corporation, se non proprio loro espressione diretta.

Insomma, pur limitandosi a questi pochi indicatori, la definizione di plutocrazia sembra adattarsi perfettamente al sistema politico americano. Vista da questo punto di vista, la crisi della democrazia assume una luce ben più inquietante di quanto si evinca dagli approcci di tipo liberale a cui accennavo all’inizio. Quel che mi sembra più proficuo di questa chiave di lettura, è che essa ci libera da una prospettiva tutto sommato conservatrice, in cui si tratterebbe semplicemente di difendere le garanzie e gli equilibri giuridico-istituzionali oggi minacciati (anzitutto dal potere mediatico) per ristabilire l’assetto genuinamente democratico prodotto a suo tempo dalla miracolosa congiunzione fra sovranità popolare e costituzionalismo liberale. Al contrario, la categoria di “plutocrazia” ha il merito di richiamare la grande acquisizione teorica dell’élitismo in modo tale da supportare l’analisi realistica dello stato e delle tendenze dei regimi liberaldemocratici con una critica della democrazia. Questa sarebbe davvero una novità.

Detto questo, non bisogna nascondersi, naturalmente, i limiti cui va incontro un approccio del genere. Il concetto di plutocrazia non dà conto della relazione complessa che sussiste tra potere politico e sistema socio-economico (classi). Non a caso esso può essere confuso con un marxismo semplicistico, come quello che si riassume nella formula del governo “comitato d’affari della borghesia”, mentre è del tutto estraneo al marxismo scientificamente più avvertito, com’è stato ad esempio quello di matrice althusseriana. Eppure, non è necessariamente incompatibile con quest’ultimo, a condizione di saper distinguere a quale livello della scala di astrazione il concetto si collochi. Quello di “plutocrazia” è infatti un concetto molto empirico, che definisce una data forma del potere politico dell’élite dominante, dando conto di un certo tipo di classe politica e del suo reclutamento, di un certo tipo di rapporti effettivi tra politica e interessi, di un certo tipo di strutturazione e dislocazione dei poteri tra le varie istituzioni e organizzazioni politiche, ecc. Questo vuol dire, in altre parole, che non tutti i regimi liberaldemocratici sono plutocratici, ma lo sono quelli che vedono un intervento diretto delle imprese nel processo di governo e di reclutamento del personale politico.

Non so quale sia la strada per contrastare un sistema plutocratico. Ma, se vogliamo attestarci sull’esperienza passata, forse un’indicazione ci può venire dal confronto tra il modello americano e quello europeo del Novecento. Da essi emerge l’importanza del ruolo dei partiti di massa. Mentre il loro smantellamento in America ha aperto la strada alla plutocrazia, la partitocrazia europea del secondo dopoguerra consentì alle classi subordinate di bilanciare in qualche misura il potere del denaro, ottenendone benefici concreti non indifferenti. Purtroppo oggi, per ragioni che non è possibile esporre in questa sede, rimane ben poco di questo modello. Anche l’Europa sembra essersi incamminata verso il modello plutocratico, con il nostro paese a fare da battistrada. Può darsi che alla fine si prenda un’altra strada, che difficilmente potrà essere quella di un ritorno al passato, ma se è davvero alla democrazia che ci si vorrà ispirare dovrà essere di sicuro una strada ancora una volta contrassegnata dalla partecipazione e dalla rappresentanza del popolo.


Fonte: da “Nuvole” n.23, dicembre 2003

lunedì 9 luglio 2012

Inondazioni in Russia

Disastrose alluvioni in Russia, i video.

7 Luglio 2012 - Il sud della Russia, in particolare la regione del Krasnodar sul mar Nero, è stato devastato da bombe d'acqua che hanno provocato disastrose inondazioni ed almeno 100 vittime. Ecco i primi video caricati su you tube che testimoniano il drammatico accaduto.

Severe flooding in Russia: hundreds dead, thousands displaced from home.



Inondazione a Gelendzhik del 06/07/2012

Report dalle strade della città durante il diluvio e il giorno dopo.




Gelendzhik (Russia Meridionale) - Inondazione del 07.07 2012





Inondazioni del 07/07/2012 a Kuban, nella regione di Krasnodar

Inondazioni nella regione di Krasnodar. Attualmente (07/07/2012 19:10) ci sono informazioni sulla morte di 103 persone.
Immagini dalla zona del disastro, commenti di funzionari e gente comune. Krymsk, Novorossiysk, Gelendzhik, nessuno avrebbe risposto alle richieste d'aiuto in seguito agli incidenti. Riunioni di emergenza a livello regionale. Allagati 7109 centri di salute per bambini.



Il bilancio delle vittime del diluvio ha raggiunto i 200 a Kuban

La polizia ha ricevuto 94 altre segnalazioni di rinvenimento di corpi di persone annegate durante le inondazioni sulla costa del Mar Nero.



Inondazioni a Krymsk, Gelendzhik, Novorossiysk nel mese di luglio 2012

"Il disastro in Krymsk non è una calamità naturale e i criminali responsabili possono facilmente rimanere impuniti.».
Diverse città e distretti del Territorio di Krasnodar il 6-7 luglio sono state interessate dai rovesci più forti. La catastrofe naturale, secondo i dati più recenti, è costata la vita a più di 100 persone, tra cui un bambino.
Una potente tempesta ha colpito Gelendzhik e le città limitrofe il 6 luglio. Inoltre, abbiamo scoperto che la più colpita dalle alluvioni è la regione di Kuban, in Crimea. Secondo testimoni oculari, a ​​Krymsk è successo tutto improvvisamente e rapidamente. In alcuni luoghi le acque alluvionali hanno rotto l'asfalto e danneggiato le case. Il livello dell'acqua, secondo testimoni oculari, è salito di quattro metri.
"I cadaveri si trovano lungo le strade colpite dal flusso d'acqua" - ha spiegato "Interfax" presso il Ministero Emergenze. Solo più tardi si è venuto a sapere della maggior parte delle vittime.
Secondo una ricerca della Regione di Krasnodar, sarebbero morte più di 100 persone, secondo un funzionario fino a 500.



Informazioni di prima mano da un residente di Krymsk:

"Stasera, è successo qualcosa di inimmaginabile! La città di Krymsk è stata lavata via dalla faccia della terra.
La cosa peggiore è che è accaduto durante la notte. La gente è affogata nel sonno, intere famiglie non si sono più svegliate. Alle tre del mattino sono andato in strada. L'acqua non c'era ancora. Ma alle 3:30 era già tutto allagato.
Sulla mia strada, i soccorsi hanno guidato su una barca a motore senza problemi, l'acqua lo ha permesso. E quante vittime, cadaveri sui camion, solo un mucchio, un mucchio oscuro, braccia e gambe che spuntavano in tutte le direzioni per essere portati all'obitorio, no!
Lungo le strade ancora galleggiano cadaveri ...
Io non ci credo. Krymsk non c'è più ...
Krymsk ha preso tutto il peso maggiore, al fine di risparmiare Novorossiysk!
Ora tutto questo silenzio, ma mio padre, siccome la notte era di turno, mi ha detto quella sera, andando subito alla commissione, che aveva deciso di aprire le porte della diga di Neverdjayevskaya.
Il suo dubbio era: se non si aprono, l'acqua romperà comunque andando ad inondare Novorossiysk. Aprendole, l'acqua avrebbe lavato via Krymsk.

Tu cosa pensi? Naturalmente, ha aperto le porte! Ma alla fine non ha salvato neppure Novorossiysk, e Krymsk è stata annegata! Ben fatto!
Ma almeno la gente sarebbe stata avvertita in tempo che la diga incombeva su di loro. Invece no!
Perché non è stata mandata la polizia ad avvertire?
Perché non prevedere una sirena per svegliare la gente?!!

domenica 8 luglio 2012

Raul Castro ad Hanoi e Pechino per imparare come si diventa ricchi

Pechino,  6 luglio 2012 - Il presidente cubano Raul Castro
e il vice presidente cinese Xi Jinping si stringono la mano.

Viaggio di otto giorni fra le capitali comuniste d'Oriente dell'85enne presidente cubano: apparentemente per rafforzare le relazioni commerciali, in realtà vorrebbe conoscere meglio l’esperienza di paesi in cui capitalismo e socialismo sono stati integrati a beneficio dell'economia e del benessere collettivo.

di Silvestro Rivolta

L’AVANA - Il Presidente cubano Raul Castro è arrivato sabato ad Hanoi, capitale del Vietnam, per ben quattro giorni di visita, dopo averne spesi altrettanti in Cina. Il motivo della visita sarebbero degli accordi commerciali. Cuba ha un volume di scambi di circa 274 milioni di dollari con il Vietnam e di 1,8 miliardi di dollari con la Cina.

In realtà, Raul Castro ha senz’altro un forte bisogno di rinforzare i rapporti con i partner economici, a causa – ma non solo – del regime di embargo imposto dagli Stati uniti a Cuba. Secondo molti analisti il Presidente cubano vorrebbe conoscere meglio l’esperienza di paesi in cui capitalismo e socialismo sono stati integrati a gran beneficio dell’economia e del benessere collettivo. Già nel 1997, durante un viaggio in Cina, Raul aveva elogiato la scelta del gigante asiatico di mischiare socialismo e liberalizzazioni di mercato. Oggi penserebbe di intraprendere la stessa strada per Cuba e cerca tecnici, operatori, esperti finanziari.

Ad Hanoi Castro ha quindi incontrato il capo del Partito comunista Nguyen Phu Trong, al palazzo presidenziale di Hanoi. Ha poi parlato con il presidente Truong Tan Sang e il primo ministro Nguyen Tan Dung. «Le nostre relazioni – ha dichiarato Castro – si sono sviluppate negli anni, basandosi sulle nostre ricche storie. Quando un Paese ha bisogno ci aiutiamo gli uni con gli altri, e noi condividiamo molte opinioni comuni sui temi globali», ha detto.

Raul Castro, già arrivato alla soglia degli 85 anni, aveva visitato l’ultima volta il Vietnam nel 2005. Allora era ministro della Difesa, incarico che ha ricoperto dal 1959 al 2008, quando ha sostituito il fratello Fidel Castro alla Presidenza. Il Vietnam fornisce a Cuba gran parte delle riserve di riso, risorsa cruciale per i cubani. Da anni infatti il cibo è razionato e distribuito con tessere personali e il riso è uno degli elementi base della dieta della popolazione.

In Cina, invece, Castro ha avuto colloqui con l’intero stato maggiore della Repubblica popolare. Ha incontrato il Presidente Hu Jintao e altri leader politici. Hu lo ha accolto con una cerimonia di benvenuto nella Grande Sala del Popolo, sede delle cerimonie ufficiali e degli incontri del Congresso nazionale del popolo. Secondo i media di stato cubani, ad accompagnarlo c’era il vice presidente Ricardo Cabrisas Ruiz e il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez. Prima di partire la delegazione cubana ha incontrato anche il premier Wen Jiabao, il vice presidente Xi Jinping, e il vice premier Li Keqiang.

Riservati gli argomenti dei colloqui. Probabile però che si sia discusso di commercio: Cuba è il principale partner commerciale della Cina nei Caraibi. Sono stati infine firmati una serie di accordi per sostenere lo sviluppo della tecnologia e del servizio sanitario. Hu ha anche assicurato l’apertura di una linea di credito a zero interessi per sostenere lo sviluppo dell’agricoltura, l’ammontare del quale non è stato reso pubblico. La Cina ne uscirà senz’altro rafforzata come partner commerciale fondamentale di Cuba.

A Cuba dal 2008 Fidel Castro ha ceduto il potere al fratello Raul, che ha avviato una fase di riforme, seppur timide e senza entusiasmo. È stata però allentata la repressione dei dissidenti, vi sono state aperture alla libertà religiosa e al libero mercato. Tutti segnali di discontinuità che non si è voluto cogliere, per cui l’isola resta soffocata dall’embargo imposto dagli Usa nel 1961 e rafforzato successivamente. Questo ha gravato pesantemente sul commercio e sullo sviluppo in tutti i campi, per l’estrema difficoltà ad importare qualunque bene negli Stati uniti, che oltre a essere un enorme, ricco mercato è anche geograficamente lo Stato più vicino all’isola.


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